Falanghina dei Campi Flegrei 2014, Contrada Salandra

Sarà che la prima “Chiocciola” non si scorda mai*, ma che emozione è stata aver avuto con noi Giuseppe Fortunato di Contrada Salandra per il laboratorio Dieci anni di Slow Wine: le “Chiocciole” si raccontano, organizzato al termine della presentazione di Osterie d’Italia e Slow Wine 2020 svoltasi venerdì scorso a Benevento.

Non parlo, o almeno non ancora, della Falanghina dei Campi Flegrei 2014 che Peppino e la moglie Sandra Castaldo, accompagnati dalla nipote Alessia hanno voluto regalarci (rivelatasi, per la cronaca, una bottiglia di commovente bontà). Mi riferisco, invece, alla forte valenza di quello che non è soltanto un simbolo. Lo stesso Luciano Pignataro, coordinatore della squadra Slow Wine Campania e Basilicata sino alla scorsa edizione, lo ha ricordato: la “Chiocciola” a Contrada Salandra era, ed è tuttora, un riconoscimento alla qualità dei vini prodotti, certo, ma anche all’impegno in un territorio martoriato da un’urbanizzazione selvaggia e ad una scelta di vita silenziosa e coraggiosa, “stare con la natura” e difenderla con tutte le proprie forze, giorno dopo giorno, finanche raccogliendo le cartacce gettate a terra dal maleducato (?) di turno.

Dicevo del “vino del cuore” che Peppino e la sua famiglia ci hanno regalato, una Falanghina dei Campi Flegrei tanto più straordinaria perché figlia di un millesimo – il 2014 – molto complicato, specialmente per via delle abbondanti piogge. A distanza di oltre 5 anni della vendemmia, però, il risultato è sorprendente e quello nel calice è un bianco in forma smagliante, profumato e saporito di agrumi, di miele e macchia mediterranea, dal sorso teso, ma comunque pieno, così grintoso e salino.

Semplicemente, una bellissima Falanghina dei Campi Flegrei.

* rispetto al 2011, quando erano in tutto 9, le aziende della Campania con la “Chiocciola” in Slow Wine 2020 sono ben 11. Soltanto 2, però, hanno mantenuto ininterrottamente il riconoscimento: Contrada Salandra (appunto) e Sangiovanni.

[photo credits fatamorgana972]

Falanghina, alcune considerazioni di Ian D’Agata

«The best Campania whites are terroir-driven and full of varietal character», così afferma Ian D’Agata su Vinous.com, compresi quelli ottenuti da varietà come la falanghina, che negli ultimi anni stanno svelando tutto il loro potenziale*.

Il problema semmai, almeno per quanto riguarda i vini da uve falanghina (ovviamente non tutti), è – traduco letteralmente – «l’uso quasi ubiquitario di lieviti industriali» che trasformano alcuni di essi in «dolci bombe alla frutta di banana matura e ananas» che potrebbero magari essere anche buone da sorseggiare (si fa per dire), «ma non sono ideali con il cibo».

Bingo.

* Ian D’Agata lo aveva già detto a chiare lettere un anno fa: il suo articolo, sempre su Vinous.com, aveva il titolo emblematico Campania: more Than Just Fiano, Greco and Aglianico.

Falanghina del Sannio, a caccia del territorio

Se è vero che «il vino non è altro che una musica suonata da uno strumento e fatta da una partitura» e che «la partitura musicale è quello che vuole fare l’interprete e lo strumento sono il suolo e la vigna», «quello che accade qui nel Sannio è che a dominare non sia il territorio, ma le caratteristiche varietali dell’uva».

Parliamo di falanghina, ovviamente, e questo è, in sintesi, il pensiero del sommelier Filippo Busato, intervistato al termine del laboratorio sulla Falanghina del Sannio che ha condotto durante l’ultima edizione di Vinestate a Torrecuso (quindi nella sottozona Taburno). Secondo il docente della Fondazione Italiana Sommelier, il discorso sarebbe diverso per la Falanghina dei Campi Flegrei (non dimentichiamo però che stiamo comunque parlando di due biotipi differenti), denominazione in cui il territorio ha invece giocato un ruolo decisivo nella crescita degli ultimi anni.

Mappa della Falanghina del Sannio

Ci ho pensato e continuo a pensarci adesso: ma è proprio così? Voglio dire: davvero possiamo affermare che qui nel Sannio a dominare sia il varietale, con il territorio invece in secondo piano? A cosa servirebbero, in tal caso, le attuali sottozone della Falanghina del Sannio (che prima del lungimirante riordino delle denominazioni sannite rappresentavano altrettante Doc) se non ammettiamo che esistano (più o meno sensibili e conosciute) differenze tra i vini prodotti nelle diverse aree? Sarà forse che le recenti fortunate vicende commerciali hanno ridimensionato l’interesse a ricercare (prima) e raccontare (poi) le peculiarità di ogni singola zona, pur nell’ambito di un’unica denominazione (la cui riconoscibilità è comunque un valore irrinunciabile), contribuendo a definire l’immagine di un vino talvolta e in parte avulsa dai luoghi di provenienza? Perché è questo che sembrerebbe presupporre una simile considerazione.

Qualche spunto interessante, nella direzione opposta, è venuto fuori invece dal laboratorio di degustazione a cui ho partecipato durante l’ultima Festa del Vino di Castelvenere (bravo Pasquale Carlo che l’ha pensato, mettendo a frutto gli esiti parziali di una ricerca condotta dal prof. Antonio Leone nell’ambito del progetto Biowine: focus del genere andrebbero riproposti con sempre maggiore impegno). Seppur limitato ad un unico areale – quello di Castelvenere, per l’occasione messo “a confronto” (in senso buono, s’intende) con i Campi Flegrei – è parso evidente che, al di là delle differenti tecniche di vinificazione utilizzate per ciascuna delle 3 Falanghina del Sannio prescelte, vi sono caratteri peculiari del vino influenzati in misura variabile, ad esempio, dalla collocazione del vigneto (suolo, esposizione, altitudine…). Quella di Castelvenere, per dire, è una viticoltura essenzialmente di pianura, ma ci sono anche vigne poste ad altitudini sensibilmente maggiori e su terrazzi di ignimbrite campana (il prodotto della maggiore eruzione esplosiva avvenuta nell’area), e il profilo sensoriale dei vini che si ottengono sembra effettivamente diverso a seconda del luogo specifico da cui provengono le uve.

Ma questa è un’altra storia, ve ne parlerò poi.

[credits www.sanniodop.it]