Falanghina del Sannio, a caccia del territorio

Se è vero che «il vino non è altro che una musica suonata da uno strumento e fatta da una partitura» e che «la partitura musicale è quello che vuole fare l’interprete e lo strumento sono il suolo e la vigna», «quello che accade qui nel Sannio è che a dominare non sia il territorio, ma le caratteristiche varietali dell’uva».

Parliamo di falanghina, ovviamente, e questo è, in sintesi, il pensiero del sommelier Filippo Busato, intervistato al termine del laboratorio sulla Falanghina del Sannio che ha condotto durante l’ultima edizione di Vinestate a Torrecuso (quindi nella sottozona Taburno). Secondo il docente della Fondazione Italiana Sommelier, il discorso sarebbe diverso per la Falanghina dei Campi Flegrei (non dimentichiamo però che stiamo comunque parlando di due biotipi differenti), denominazione in cui il territorio ha invece giocato un ruolo decisivo nella crescita degli ultimi anni.

Mappa della Falanghina del Sannio

Ci ho pensato e continuo a pensarci adesso: ma è proprio così? Voglio dire: davvero possiamo affermare che qui nel Sannio a dominare sia il varietale, con il territorio invece in secondo piano? A cosa servirebbero, in tal caso, le attuali sottozone della Falanghina del Sannio (che prima del lungimirante riordino delle denominazioni sannite rappresentavano altrettante Doc) se non ammettiamo che esistano (più o meno sensibili e conosciute) differenze tra i vini prodotti nelle diverse aree? Sarà forse che le recenti fortunate vicende commerciali hanno ridimensionato l’interesse a ricercare (prima) e raccontare (poi) le peculiarità di ogni singola zona, pur nell’ambito di un’unica denominazione (la cui riconoscibilità è comunque un valore irrinunciabile), contribuendo a definire l’immagine di un vino talvolta e in parte avulsa dai luoghi di provenienza? Perché è questo che sembrerebbe presupporre una simile considerazione.

Qualche spunto interessante, nella direzione opposta, è venuto fuori invece dal laboratorio di degustazione a cui ho partecipato durante l’ultima Festa del Vino di Castelvenere (bravo Pasquale Carlo che l’ha pensato, mettendo a frutto gli esiti parziali di una ricerca condotta dal prof. Antonio Leone nell’ambito del progetto Biowine: focus del genere andrebbero riproposti con sempre maggiore impegno). Seppur limitato ad un unico areale – quello di Castelvenere, per l’occasione messo “a confronto” (in senso buono, s’intende) con i Campi Flegrei – è parso evidente che, al di là delle differenti tecniche di vinificazione utilizzate per ciascuna delle 3 Falanghina del Sannio prescelte, vi sono caratteri peculiari del vino influenzati in misura variabile, ad esempio, dalla collocazione del vigneto (suolo, esposizione, altitudine…). Quella di Castelvenere, per dire, è una viticoltura essenzialmente di pianura, ma ci sono anche vigne poste ad altitudini sensibilmente maggiori e su terrazzi di ignimbrite campana (il prodotto della maggiore eruzione esplosiva avvenuta nell’area), e il profilo sensoriale dei vini che si ottengono sembra effettivamente diverso a seconda del luogo specifico da cui provengono le uve.

Ma questa è un’altra storia, ve ne parlerò poi.

[credits www.sanniodop.it]

Falanghina express, n. 5/2019

dal 19 aprile al 5 maggio.

Su RFood in edicola domenica scorsa, Eugenio Signoroni parla delle Italian Grape Ale, ovvero di quello stile birrario tutto italiano che prevede “la presenza di uva utilizzata sotto forma di frutta fresca o secca, di mosto fiore, cotto, concentrato, usato come se fosse una spezia o come lo starter per la fermentazione“. Tra le IGA segnalate ce n’è anche una campana, ottenuta da mosto fiore di falanghina e biancolella, che viene abbattuto e poi aggiunto alla birra in fermentazione. Si tratta della Ligia del Birrificio Sorrento.

Luciano Pignataro ha apprezzato la Falanghina del Sannio Vendemmia Tardiva “Alenta” 2017, un vino pensato ormai 18 anni fa e che in questo millesimo si giova della ricchezza e della concentrazione del millesimo, ma con un ottimo corredo di acidità a supporto. Scherzavo proprio qualche giorno fa con Lorenzo Nifo, cugino dell’omonimo agronomo e titolare dell’azienda biologica di Ponte (BN), che Alenta -dal nome del torrente che scorre nelle vicinanze della cantina- è una falanghina per chi non si accontenta“. 😀

Campi Flegrei sugli scudi. La Falanghina dei Campi Flegrei Cruna deLago 2016 de La Sibilla è il vino della settimana su La Cucina Italiana; la Falanghina dei Campi Flegrei 2016 di Contrada Salandra è protagonista, invece, del post di Paolo De Cristofaro su Tipicamente.

Su Intravino una bella carrellata di vini da uve falanghina, dal Sannio ma anche dai Campi Flegrei, nella playlist di Antonio Tomacelli di ritorno da Campania Stories.

Falanghina express, n. 4/2019

dal 18 marzo al 18 aprile.

Alessia Canarino, su Wining, parla dei migliori assaggi a Campania Stories, tra cui ben 5 vini da uve falanghina: uno spumante (il Falanghina del Sannio Frenesia s.a. di Rossovermiglio) e 4 vini fermi (il Falerno del Massico bianco “16 marzo” 2018 di Trabucco, il Falerno del Massico bianco “Vigna Caracci” 2015 di Villa Matilde, il Campi Flegrei Falanghina “Colle Imperatrice” 2017 di Astroni e il Campi Flegrei Falanghina “Cruna del Lago” 2016 de La Sibilla).

Dopo una prima panoramica su Campania Stories, Paolo De Cristofaro su Tipicamente si sofferma sul Campania Igt Falanghina “Preta” 2018 di Alexia Capolino Perlingieri, che si conferma anno dopo anno etichetta interessante e affidabile (“vino quotidiano” per noi di Slow Wine nell’edizione 2019).

Ancora Campania Stories, nel racconto di Nerina Di Nunzio su Agi, che racconta la visita ad Agnanum, l’azienda di Raffaele Moccia che si trova “praticamente in città, perché dalla collina si vede la strada con le auto, ma in un mondo a parte“.

Angelo Di Costanzo, sul blog L’Arcante, parla della Falanghina dei Campi Flegrei “Settevulcani” 2017 di Salvatore Martusciello prodotta con le uve dei vigneti all’interno del Parco Archeologico dei Campi Flegrei.

In un articolo pubblicato sul numero di marzo/aprile 2019 di “Terre del vino” e rilanciato da Luciano Pignataro sul suo blog, Pasquale Carlo parla della parabola dell’uva falanghina nel Sannio: da “brutto anatroccolo” (espressione che era parsa calzante anche a me, allorquando avevo parlato di notorietà, valore e reputazione della falanghina) a bellissimo cigno.