Falanghina Express, n. 1/2026

Ottobre 2026

A volte ritornano. Riprende Falanghina Express, la rubrica dedicata a cosa dicono gli altri della Falanghina. Il senso rimane sempre lo stesso: mettere insieme letture, notizie e segnalazioni che vale la pena non perdere.

Sul blog di Solo Cru, operatore commerciale di Toronto, una piccola guida alla falanghina accompagna il lettore fra denominazioni, caratteristiche e abbinamenti, fino alla Falanghina 2023 di Bianchini Rossetti presente nel catalogo. È interessante osservare da dove si parte quando ci si rivolge a chi quest’uva potrebbe non averla mai incontrata prima: dove cresce, che cosa aspettarsi nel bicchiere, con quali piatti berla. C’è spazio anche per distinguere il biotipo beneventano dalla falanghina flegrea e per affrontare, con qualche cautela, le ipotesi sull’origine del nome.

È stagione di guide, e arrivano i riconoscimenti delle edizioni 2027. Fra i Tre Bicchieri del Gambero Rosso in Campania troviamo 4 Falanghina: Cruna DeLago 2024 de La Sibilla, Vigna Astroni 2022 di Cantine Astroni, Janare Anima Lavica 2025 de La Guardiense e Libero F190 2022 di Fontanavecchia. Due vini flegrei e due sanniti, con annate e interpretazioni differenti.

Cruna DeLago 2024 compare anche fra i 100 Grandi Vini di Vitae 2027. Nelle altre selezioni pubblicate dall’Associazione Italiana Sommelier ci sono Janare Anima Lavica 2025 (fra i 100 Migliori Vini di Territorio) e Kissòs 2022 di Cantine Tora (fra i 100 Vini Rivelazione). Tre riconoscimenti diversi, da leggere ciascuno nel proprio contesto.

Scorrendo le Corone di Vinibuoni d’Italia 2027, incontriamo ancora Cruna DeLago 2024 e Anima Lavica 2025, insieme alla Falanghina del Sannio Taburno 2025 di Cantina del Taburno, alla Beneventano Falanghina 2025 di Fontana Reale, alla Lunapiena Vendemmia Tardiva 2023 de La Masseria di Maria, alla Falanghina del Sannio 2025 di Mustilli e alla Macère Bio 2025 di Torre del Pagus.

Per Slow Wine 2027, di cui sono Vice Curatore, fra i Vini Slow ci sono La Prima 2024 di Cantina Francesca e la Falanghina del Sannio 2024 di Mario Fappiano, quest’ultima anche Best Buy. Lo stesso doppio riconoscimento va al Falerno del Massico Bianco 2024 di Regina Viarum. Qui l’introduzione e i riconoscimenti della Campania.

Chiudiamo con una lettura più tecnica, per chi ha voglia di fermarsi un po’ di più. Su Patrick’s Wine Blog, Petrol in the Glass: Riesling, TDN and the Others, pubblicato il 18 ottobre, affronta il tema dei sentori di idrocarburo. Si parte dal Riesling, ma nel discorso entra anche la Falanghina, attraverso uno studio del 2026 sull’evoluzione aromatica di diciotto tipologie di bianchi italiani.

Il passaggio interessante riguarda il TDN, il composto associato alla nota di petrolio, e il suo potenziale di sviluppo. Con una precisazione da conservare: le prove di invecchiamento accelerato richiamate nell’articolo non equivalgono automaticamente a un certo numero di anni trascorsi in cantina. Una buona lettura per dare maggiore precisione a parole che usiamo spesso quando raccontiamo i vini. Anche quelli di questa piccola repubblica fondata sulla Falanghina.

La Falanghina non deve più chiedere permesso

Quante volte deve sorprenderci una Falanghina prima che smettiamo di definirla una sorpresa?

Me lo sono chiesto leggendo Falanghina Finally Struts its Stuff, l’articolo di Tom Hyland pubblicato su Wine-Searcher lo scorso settembre. Un contributo che merita attenzione, soprattutto perché porta davanti a un pubblico internazionale una questione che riguarda da vicino questa piccola repubblica: la distanza fra la notorietà della Falanghina e il prestigio che siamo disposti a riconoscerle.

Hyland racconta una varietà ancora considerata meno importante di fiano e greco, ma capace di esprimere vini diversi e ambiziosi. Nel suo percorso trovano spazio territori, vecchie vigne, selezioni, affinamenti e interpretazioni che complicano parecchio l’immagine di un bianco semplice, da bere senza farsi troppe domande.

È una lettura incoraggiante. Eppure quel “finalmente” del titolo mi fa fermare.

Quando inaugurai Falanghina Republic, nel febbraio 2019, scrissi che la Falanghina meritava «diritto di cittadinanza nel mondo delle grandi uve bianche». Ricordavo anche quanto la sua reputazione avesse pagato certe politiche commerciali. Rileggermi oggi serve soprattutto a capire dove siamo arrivati: sette anni dopo, la questione della legittimazione sembra ancora aperta.

Essere conosciuti, essere venduti ed essere stimati sono condizioni diverse. Una bottiglia può circolare moltissimo e restare confinata, nell’immaginario, a un ruolo preciso: il vino affidabile, immediato, poco impegnativo. Quando esce da quel ruolo, eccoci pronti a stupirci. Ma lo stupore, ripetuto abbastanza a lungo, rischia di diventare un’abitudine critica: così ogni buon assaggio viene presentato come un’eccezione, mentre il giudizio generale rimane fermo.

Questo non significa attribuire alla Falanghina una grandezza automatica. Il nome del vitigno non garantisce la qualità, e nemmeno un affinamento lungo o un contenitore particolare bastano a renderla interessante. Occorre continuare ad assaggiare, distinguere, discutere anche i risultati meno convincenti.

È da qui che vorrei ripartire con Falanghina Republic. Osservare quanto contano i luoghi, quali scelte aiutano il vino a esprimersi, che cosa accade con il tempo. E chiedersi quando un’interpretazione aggiunge qualcosa e quando, invece, finisce per coprire tutto il resto.

L’articolo di Hyland offre una buona occasione per riaprire il discorso. La domanda, adesso, è quanto siamo disposti a cambiare il nostro modo di raccontare questa uva. Perché se ogni volta la sua qualità è una scoperta, forse dobbiamo interrogarci anche sulla memoria di chi la beve e di chi ne scrive.

Puglia Igp Falanghina 2018, Antica Enotria

Personalmente non avevo particolari dubbi sulla capacità di tenuta dei bianchi prodotti da Antica Enotria, l’azienda della famiglia Di Tuccio a Cerignola (FG). Ricordo bene, per esempio, un Fiano 2015 sorprendentemente integro, dinamico, vivo, stappato durante la cena finale della Slow Wine Fair 2022 a Bologna.

Così, quando Luigi Di Tuccio e suo figlio Raffaele hanno pescato questa bottiglia dal frigo, mi sono approcciato con la solita curiosità, ma pure con una certa tranquillità, sicuro che quel bianco non avrebbe tradito le attese.

La falanghina rappresenta un vitigno molto importante nella visione di Antica Enotria: alla superficie di circa 3,5 ettari oggi in produzione, si aggiungerà presto un’ulteriore piccola estensione, poco più di mezzo ettaro: un segnale chiaro di investimento e fiducia in un’uva che ben si presta anche alla spumantizzazione, come dimostra la performance positiva del Metodo Classico Dieci Agosto, che ha fatto il debutto sul mercato l’anno scorso.

In un momento storico in cui c’è sempre maggiore attenzione ai bianchi territoriali, scorrevoli ma identitari, c’è insomma spazio per una Falanghina come quella di Antica Enotria, che è mediterranea e luminosa, senza che ciò significhi rinunciare a tensione e precisione. Merito, soprattutto, di una corroborante sapidità che detta il ritmo della bevuta e scolpisce il profilo di un bianco dalla spiccata vocazione gastronomica.

Ci sarà presto modo di verificare una volta di più attitudini e potenzialità della Falanghina di Antica Enotria, che lavora a un’interpretazione di maggiore ambizione e progettata davvero per affrontare il tempo. Un’etichetta che si discosti sensibilmente dal registro dei bianchi oggi prodotti dall’azienda – tutti caratterizzati a livello tecnico da una macerazione pre-fermentativa di poche ore a bassa temperatura e da un affinamento sui lieviti per 4-5 mesi –, ma che conservi, a livello gustativo, facilità di approccio, definizione aromatica e pulizia olfattiva.

Staremo a vedere poi.