Puglia Igp Falanghina 2018, Antica Enotria

Personalmente non avevo particolari dubbi sulla capacità di tenuta dei bianchi prodotti da Antica Enotria, l’azienda della famiglia Di Tuccio a Cerignola (FG). Ricordo bene, per esempio, un Fiano 2015 sorprendentemente integro, dinamico, vivo, stappato durante la cena finale della Slow Wine Fair 2022 a Bologna.

Così, quando Luigi Di Tuccio e suo figlio Raffaele hanno pescato questa bottiglia dal frigo, mi sono approcciato con la solita curiosità, ma pure con una certa tranquillità, sicuro che quel bianco non avrebbe tradito le attese.

La falanghina rappresenta un vitigno molto importante nella visione di Antica Enotria: alla superficie di circa 3,5 ettari oggi in produzione, si aggiungerà presto un’ulteriore piccola estensione, poco più di mezzo ettaro: un segnale chiaro di investimento e fiducia in un’uva che ben si presta anche alla spumantizzazione, come dimostra la performance positiva del Metodo Classico Dieci Agosto, che ha fatto il debutto sul mercato l’anno scorso.

In un momento storico in cui c’è sempre maggiore attenzione ai bianchi territoriali, scorrevoli ma identitari, c’è insomma spazio per una Falanghina come quella di Antica Enotria, che è mediterranea e luminosa, senza che ciò significhi rinunciare a tensione e precisione. Merito, soprattutto, di una corroborante sapidità che detta il ritmo della bevuta e scolpisce il profilo di un bianco dalla spiccata vocazione gastronomica.

Ci sarà presto modo di verificare una volta di più attitudini e potenzialità della Falanghina di Antica Enotria, che lavora a un’interpretazione di maggiore ambizione e progettata davvero per affrontare il tempo. Un’etichetta che si discosti sensibilmente dal registro dei bianchi oggi prodotti dall’azienda – tutti caratterizzati a livello tecnico da una macerazione pre-fermentativa di poche ore a bassa temperatura e da un affinamento sui lieviti per 4-5 mesi –, ma che conservi, a livello gustativo, facilità di approccio, definizione aromatica e pulizia olfattiva.

Staremo a vedere poi.

Falanghina, prime impressioni dalla vendemmia 2022

La vendemmia 2022 per la falanghina è ormai in archivio un po’ dovunque in Campania: ecco le prime sensazioni a caldo.

«Nemmeno la pioggia ferma la falanghina», si scherzava – ma nemmeno tanto – con Libero Rillo (Fontanavecchia) nei giorni in cui ci si affrettava a raccogliere gli ultimi grappoli di falanghina nel Sannio. Nonostante una vendemmia spezzettata, con una pausa forzata a causa delle piogge degli ultimi dieci giorni di settembre, la falanghina ha dimostrato una volta di più tutta la sua tempra e a inizio ottobre le uve dorate dal sole erano ancora splendide. Che vitigno, un caterpillar!

Falanghina, la vendemmia 2022 in Campania

Qui Campi Flegrei, Vincenzo Di Meo (La Sibilla) – a cui devo la bellissima foto di copertina – si dice soddisfatto: «abbiamo saputo leggere bene la situazione e giocare di anticipo, iniziando la raccolta il 22 agosto. Venivamo da un’estate molto siccitosa e le piante si erano chiuse a riccio nel tentativo di preservare lo stato idrico. Poi ci sono state le piogge di fine agosto e nel momento in cui le viti hanno iniziato ad aprirsi e a incamerare acqua, la maturazione è schizzata. Paradossalmente l’acqua è stata un altro stress per loro perché dopo questa accelerazione si sono inchiodate e i parametri non avevano più variazione rilevanti».

Qui Sannio, parla Dionisio Meola de I Pentri: «a fine settembre abbiamo vendemmiato soltanto le uve destinate alla nostra etichetta di entrata, la Falanghina Monte Cigno. Le piogge sul finire del mese ci hanno aiutato a fare vini con meno alcol, avendo dei frutti maturi con ottime acidità, che è la cosa che ci interessa di più».

Più o meno dello stesso avviso Giovanni Iannucci (Azienda Agricola Giovanni Iannucci): «le piogge torrenziali di fine settembre hanno complicato le cose, ma per ora io ho buone sensazioni. Direi che ci siamo salvati in calcio d’angolo».

Marenza Pengue (Fosso degli Angeli) ha evidenziato come le condizioni pedoclimatiche in agro di Casalduni abbiano concesso un vantaggio non da poco rispetto ad altri territori: «qui da noi il suolo è argilloso e la siccità è stata relativa. Addirittura abbiamo riscontrato acidità più alte e gradazioni zuccherine più basse, fatto che potrebbe evidentemente essere dipeso dalle piogge di fine settembre. Da un punto di vista sanitario, uve ottime; bene anche le quantità. Chi non ha interrotto i trattamenti troppo presto (già a inizio luglio), ha raccolto bene».

In Irpinia, a parlare è il giovane Francesco De Pierro (Passo delle Tortore): «è innegabile che la condizione di siccità prolungata abbia inciso, e non poco. A settembre, prima la grandine e poi 10/12 giorni di piogge continue hanno complicato ulteriormente il quadro, ma la falanghina, come il greco, è varietà che, più di altre, riesce a resistere a queste avversità, assicurando pure una certa costanza produttiva. Forse ha pagato solo un ritardo di maturazione, ma tendenzialmente sarà un millesimo in cui avremo vini con maggiori diluzione e acidità, la “classica” annata che sono convinto si rivelerà più tardi».

L’enologa Anna della Porta (Le Cantine di Hesperia): «ho potuto constatare qua e là arresti nella maturazione, ma il bello della falanghina sta proprio nella capacità di sopportare stress termici, mantenendo ph bassi e alti livelli di acidità. Sicuramente non è stata un’annata equilibrata, se ci riferiamo a piogge e temperature particolarmente elevate; tutti immaginano che con il colore ci sia necessariamente maturazione, ma non sempre è così. Per salvaguardare la vitalità dei suoli, sarà sempre più importante effettuare poche lavorazioni profonde, evitare lo sminuzzamento dei suoli e aiutarli con i sovesci, cercando di temerli coperti con le colture, usare microrganismi effettivi e fitostimolatori, antagonisti per peronospora e altre virosi».

Staremo a vedere.

2001, che Falanghina a Fontanavecchia!

Senza fare troppi giri di parole, la Falanghina 2001 di Fontanavecchia è una bottiglia a cui sono molto affezionato, per tutta una serie di motivi.

Primo. Era una bottiglia “mito” già quando, una dozzina di anni fa, muovevo i miei primi passi da winelover. Capirete, dunque, se mi emoziono ancora quando mi capita di stapparne una.

Secondo. La 2001 di Fontanavecchia è la bottiglia che ha mandato in frantumi le (false) certezze e i pregiudizi di chi considerava la Falanghina solo un bianco a buon mercato, da consumare ghiacciato e sempre d’annata. Non che un vino debba per forza di cose invecchiare per vedersi riconosciuta dignità di eccellenza, ma – se permettete – la Falanghina può farlo eccome (e non mancano altri esempi in Campania).

Aggiungete, poi, che ho avuto la fortuna di osservarne la parabola evolutiva, specie negli ultimi 6/7 anni, coincisi con gli anni di una maggiore consapevolezza (almeno, voglio illudermi che io l’abbia raggiunta).

La Falanghina 2001: com’era?

Venti e passa vendemmie dopo, la 2001 di Fontanavecchia non può esimersi dal fare i conti con gli anni che passano. Qualche boccia storta o particolarmente “avanti” è capitata (quella nella foto di copertina, per esempio), ma altre ancora si sono concesse in tutto il loro splendore, nonostante qualche ruga in volto.

La bottiglia assaggiata qualche pomeriggio fa – al termine di un’interessante carrellata a tutta Falanghina, in compagnia di Giuseppe Rillo, di cui vi parlerò poi – andrebbe collocata, a ragion veduta, tra le più in palla mai provate, già a partire da un colore dorato bellissimo e tutt’altro che spento. C’è un filo di ossidazione – e ci mancherebbe –, ma il quadro olfattivo è pregevole, con note balsamiche e tostate di frutta disidratata, caffè, cera, rabarbaro. È la bocca, però, che sorprende più di ogni cosa, vanificando ogni timida velleità di datazione anagrafica: sorso placido, ancora supportato dalla freschezza, sinuoso ma al tempo stesso scorrevole, di lungo ricordo.

Cavoli se è invecchiata bene!