Falanghina del Sannio Taburno 2020, Cantine Tora

Falanghina del Sannio Taburno 2020, Cantine Tora

La Falanghina del Sannio per così dire “base” di Cantine Tora è etichetta con un ottimo rapporto tra la qualità e il prezzo.

Da queste parti s’è già parlato di Kissòs, la vendemmia tardiva di falanghina che avevo assaggiato in verticale nei primi mesi del 2021. Ma non possiamo dimenticare le altre due ambiziose interpretazioni dell’uva a bacca bianca regina del Sannio, ovvero Cent’Ore e Cambioluna (quest’ultima fermenta e affina in barrique). Avrò presto modo di degustarle ancora, visto che tornerò in contrada Tora a Torrecuso per approfondire le novità sul fronte rossista che i fratelli Giampiero e Francesco Rillo mi hanno vagamente anticipato.

È però della Falanghina del Sannio Taburno 2020, vero e proprio pilastro della “linea autoctoni” di Cantine Tora, che voglio parlarvi. A distanza di qualche mese dai primissimi, pur confortanti, assaggi, l’ho ritrovata sulla tavola più in forma che mai. Non c’è da stupirsi, beninteso, ché un sensibile allungo del periodo di affinamento in vetro non può che fargli bene!

Gialla è gialla, a testimonianza di come l’annata piuttosto calda abbia accentuato il profilo solare del vino. C’è poi una bella vena balsamico-erbacea ad arricchire il sorso pieno, ricco, però mai in debito di spinta acido-sapida.

I 10/12 europei che occorrono in media per l’acquisto sono solo un altro buon motivo per metterne in cantina qualche bottiglia e stapparle tra un po’ di tempo “per vedere l’effetto che fa” (cit).

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Falanghina del Sannio: il vino fermo e lo spumante di Rossovermiglio

Rossovermiglio, Falanghina del Sannio

Rossovermiglio, l’azienda dei coniugi Mariateresa De Gennaro e Piero Verlingieri, propone 3 diverse interpretazioni della falanghina: vino spumante, fermo e passito.

È successo che son passati già 4 anni dalla mia unica visita all’azienda Rossovermiglio. A quanto pare, insomma, se si eccettuano alcuni veloci passaggi in cantina, mi sono forse adagiato su quel «tanto sono a due passi da casa»… 😉

Capirete dunque che è stato curioso incontrare di nuovo Mariateresa De Gennaro in trasferta: non a Paduli, dove abitiamo entrambi, bensì a Roma, in occasione del Focus sui vini della Campania organizzato da Gowine.

Ho riassaggiato tutta la batteria dei vini e, in particolare, 2 delle 3 etichette a base falanghina. Più bianchi che rossi, per la cronaca, a dispetto di un nome – Rossovermiglio, appunto – che racconta una storia famigliare da sempre legata alla produzione di uve a bacca nera, prima di essere “rinnegata” da Piero Verlingieri, che nel 1992, pochi anni dopo il suo ingresso in azienda, piantò le tradizionali uve bianche della Campania: falanghina, fiano e greco.

La foto di copertina ritrae proprio Mariateresa, moglie di Piero, mentre mesce i suoi vini e racconta con orgoglio gli sforzi profusi sin qui: «facciamo tutto noi, spumante compreso, solo e soltanto con le uve di cui ci prendiamo cura direttamente».

i vini

La Falanghina del Sannio Frenesia Brut (**), a mio avviso, è forse l’etichetta che ha fatto i maggiori passi in avanti. Si tratta di uno “charmat lungo” che già non mancava di una sua piacevolezza: la sensazione ora è che ci sia una dolcezza più misurata con le solite buone doti di acidità e sapidità. Non è ancora “il mio vino“, eh, ma è una bollicina che piace e ben si presta a tante occasioni di consumo.

La versione ferma, Falanghina del Sannio 2019 (***), si conferma invece a buoni livelli. Non andate alla ricerca di chissà quale complessità né di particolare esplosività dei profumi: quello nel calice è un bianco semplice, ma solido e ben orchestrato, con un sorso efficace, di discreta finezza e piacevolmente acido.

Falanghina/Falanghine: una bella serata con Fisar Firenze

Falanghina o Falanghine?

Quattro vini da uve falanghina provenienti da quattro territori diversi: il bello (e il giallo) della Campania Felix.

Falanghina o Falanghine? Titolava così il webinar organizzato da Fisar Firenze e ben condotto da Martin Rance, con il quale condivido l’impegno per Slow Wine, oltre che, evidentemente, l’amore per la falanghina.

È stato un viaggio attraverso alcuni dei territori più noti per la falanghina, uva che sappiamo bene essere trasversalmente diffusa in tutta la Campania, ma che purtroppo ancora sconta un’immagine non proprio immacolata. C’è tempo per ricredersi, per fortuna, e lo ha dimostrato una volta di più la grande partecipazione alla serata, con oltre 60 sommelier che hanno apprezzato la qualità media delle etichette proposte al di là delle evidenti differenze territoriali (e stilistiche).

Sgombro subito il campo da qualsiasi accusa di sanniocentrismo: tra i 4 vini proposti c’era una Falanghina del Sannio, ma personalmente ho preferito… ora ve lo dico!

I vini

Maresa 2019 di Masseria Starnali è stata la sorpresa: un’interpretazione davvero molto personale della varietà, che è allevata nell’areale del vulcano spento di Roccamonfina, con una dinamica gusto-olfattiva davvero pregevole. Note fruttate (zeste di agrumi) e floreali (ginestra) a introdurre un ricamo balsamico di grande finezza. Cangiante nel bicchiere, intensa, si è fatta ricordare a lungo!

Meno convincente di altre uscite, a mio avviso, la Falanghina del Sannio Taburno 2019 di Torre Varano, che paga più che altro un quadro olfattivo un po’ banale e (forse) fin troppo piacione nei sentori tropicali ed erbacei. Peccato, perché la bocca funziona abbastanza bene, dimostrando oltretutto come dal comprensorio del Taburno arrivino vini mai in debito di freschezza anche in annate tendenzialmente calde, come appunto la 2019 dalle parti di Torrecuso, specie se rapportata al millesimo precedente (più performante, per la cronaca, almeno nel mio ricordo).

Cambio di registro con la Falanghina Indole 2018 di Florami, azienda vesuviana di cui so davvero poco, che è abbastanza timida al naso e si lascia senza dubbio preferire al palato. Sorso di buona struttura, ma nondimeno tonico, sapido e minerale; manca (forse) lo spunto finale, il guizzo che lo renderebbe bianco ancor più gradevole di quello che è.

Il vino della serata è stato la Falanghina dei Campi Flegrei 2017 di Contrada Salandra, che ha davvero tutto quel che occorre: c’è grande pienezza gustativa, un lato caldo e solare, ma anche una sapidità vibrante, vorrei dire martellante, e un sorso che sprigiona energia. Bello, bello!