Sannio (e falanghina), gioiello nascosto della Campania

Falanghina del Sannio,Tom Hyland

I vini del Sannio, a partire dalla Falanghina del Sannio, sono il gioiello nascosto della Campania. Parola di Tom Hyland.

Aggiungerei che è così anche se guardiamo a tutto il resto! Il Sannio beneventano è un posto bellissimo, ma le persone non lo sanno (ancora). Devi essere davvero un grande appassionato per spingerti fin qui, e mica soltanto per il vino, avere voglia di allontanarti dalle rotte turistiche più mainstream. Solo che vai a Pompei, in Costa d’Amalfi, poi a Ischia, Capri, Procida, in penisola sorrentina e Napoli… ma la vacanza, nel frattempo, è finita!

Nell’articolo pubblicato su Forbes, Hyland premette che i vini della Campania si stanno ritagliando sempre maggiore spazio, forti di una crescente reputazione. I produttori sanniti, da par loro, si stanno dando un gran daffare. La Falanghina del Sannio traina un po’ tutto il comparto: non fosse altro che il 90% delle oltre 100 aziende vinicole della provincia produce vini da falanghina, una delle varietà autoctone più conosciute e uva regina del Sannio.

Tom Hyland afferma che la Falanghina del Sannio «is surely one of the most delightful dry white wines produced anywhere in the world». Il suo tratto distintivo è la vivace acidità, che se da un lato è funzionale ad equilibrare il vino e a consentirgli di invecchiare agevolmente, dall’altro garantisce una certa versatilità in fatto di abbinamenti col cibo. Tutto questo, poi, a prezzi di acquisto decisamente abbordabili.

Se non volete credermi, almeno credete a Tom Hyland: «if you’re not familiar with the wines of Sannio, do yourself a favor and give these wines a try». Capito?!? 😉

[La foto è di Tom Hyland]

Falanghina del Sannio Vignasuprema 2018, Aia dei Colombi

Falanghina del Sannio Vignasuprema 2020, Aia dei Colombi

Vignasuprema, il cru di Falanghina del Sannio – sottozona Guardia Sanframondi – dei fratelli Gaetano e Marcello Pascale, ad Aia dei Colombi, si conferma un bianco di grande spessore e capace di regalare sorprese nel tempo.

Vignasuprema è un nome di fantasia. Descrive bene, però, un fatto: il vigneto da cui arrivano i grappoli di falanghina, in località Colle dell’Aia*, è l’ultimo ad essere abbandonato dai raggi del sole. Lo si può verificare agevolmente guardando il tramonto dal terrazzo antistante la cantina, che sorge lì dove un tempo era l’aia dei colombi di fianco alla casa famigliare.

Il millesimo 2018 stappato proprio qualche sera fa vale come ulteriore conferma: Vignasuprema è una Falanghina del Sannio d’autore. A dispetto di una certa struttura e di un volume alcolico che si attesta sui 14 gradi e mezzo, questo bianco non paga alcun dazio in fatto di bevibilità, supportata com’è da acidità e – soprattutto – sapidità. Frutta a polpa bianca, salvia, mentuccia, un naso ricco da raccolta ritardata delle uve, che appunto avviene nella prima decade di ottobre. Solo acciaio, con 10 mesi di affinamento sulle fecce fini.

Piccolo prezzo (tra i 10 e i 12 euro), grande soddisfazione.

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* e pure quelli di aglianico per la riserva omonima.

Falanghina del Sannio Taburno 2020, Cantine Tora

Falanghina del Sannio Taburno 2020, Cantine Tora

La Falanghina del Sannio per così dire “base” di Cantine Tora è etichetta con un ottimo rapporto tra la qualità e il prezzo.

Da queste parti s’è già parlato di Kissòs, la vendemmia tardiva di falanghina che avevo assaggiato in verticale nei primi mesi del 2021. Ma non possiamo dimenticare le altre due ambiziose interpretazioni dell’uva a bacca bianca regina del Sannio, ovvero Cent’Ore e Cambioluna (quest’ultima fermenta e affina in barrique). Avrò presto modo di degustarle ancora, visto che tornerò in contrada Tora a Torrecuso per approfondire le novità sul fronte rossista che i fratelli Giampiero e Francesco Rillo mi hanno vagamente anticipato.

È però della Falanghina del Sannio Taburno 2020, vero e proprio pilastro della “linea autoctoni” di Cantine Tora, che voglio parlarvi. A distanza di qualche mese dai primissimi, pur confortanti, assaggi, l’ho ritrovata sulla tavola più in forma che mai. Non c’è da stupirsi, beninteso, ché un sensibile allungo del periodo di affinamento in vetro non può che fargli bene!

Gialla è gialla, a testimonianza di come l’annata piuttosto calda abbia accentuato il profilo solare del vino. C’è poi una bella vena balsamico-erbacea ad arricchire il sorso pieno, ricco, però mai in debito di spinta acido-sapida.

I 10/12 europei che occorrono in media per l’acquisto sono solo un altro buon motivo per metterne in cantina qualche bottiglia e stapparle tra un po’ di tempo “per vedere l’effetto che fa” (cit).

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