La Falanghina Campo di Mandrie 2017 tra i migliori assaggi del VinNatur Workshop

C’è anche la Falanghina “Campo di Mandrie” 2017 tra i migliori assaggi del VinNatur Workshop svoltosi nel maggio scorso e che ha visto coinvolti una ventina tra giornalisti italiani ed esteri, produttori, ricercatori scientifici ed enologi.

La degustazione dei 166 vini prodotti dai soci VinNatur ha fatto registrare una “qualità media in ascesa rispetto agli anni precedenti, con alcune punte di eccellenza ma anche con vini che presentano difetti evidenti sui quali intervenire“. Tra i più apprezzati, comunque, c’è una delle due etichette di Falanghina* prodotte da Giovanni Iannucci, classe 1985, che tra l’altro è uno dei 2 nuovi ingressi in Slow Wine 2020 per quanto riguarda il Sannio (l’altro poi ve lo dico, eh).

L’annata 2017, che per la cronaca ha fatto registrare temperature piuttosto elevate, specialmente nell’areale di Castelvenere, dove si trovano le vigne di falanghina da cui si ottengono i grappoli per il Campo di Mandrie, è quella che si dice un’annata di “svolta”. Rispetto alla 2015 e alla stessa 2016, la vendemmia inizia ad essere “meno tardiva” ed aumentano di contro sensibilmente i giorni di macerazione. Stando ai primi assaggi, il millesimo 2018, non ancora in commercio, potrebbe rappresentare la quadratura del cerchio.

Staremo a vedere. 😉

* l’altra è La Forma, dal nome della località di Guardia Sanframondi dove si trova la vigna di falanghina, che è stata fin qui prodotta soltanto nel 2006.

I vinaccioli di falanghina per la cura del tumore del mesotelio

Ha avuto grande risonanza mediatica, nelle ultime ore, la notizia della pubblicazione sulla rivista internazionale Journal of Functional Foods di uno studio condotto da ENEA, CNR e Università “Federico II” di Napoli, secondo cui alcune molecole contenute nei vinaccioli di falanghina (ma soprattutto aglianico) sono idonee a bloccare la crescita di cellule del tumore del mesotelio.

Si tratta delle “proantocianine (speciali molecole dalle spiccate proprietà antiossidanti), che sono in grado di indurre nel mesotelioma meccanismi di apoptosi, cioè di morte cellulare, anche nei casi di linee tumorali che mostrano farmaco-resistenza“.

Vinaccioli di falanghina e aglianico

Al di là dei titoloni che ho letto un po’ dappertutto, la buona notizia è sostanzialmente questa: “dato che il mesotelioma mostra elevata chemio-resistenza, lo studio di nuovi approcci terapeutici basati sull’uso di sostanze estratte dai vinaccioli in combinazione con chemioterapici – dicono Gianfranco Diretto del Laboratorio Biotecnologie ENEA e Riccardo Aversano del Dipartimento di Agraria dell’UNINA – può rappresentare un nuovo strumento adiuvante nella lotta contro questo tumore, soprattutto in considerazione della assenza di citotossicità nei confronti delle cellule sane”.

Che non è mica poco, eh.

[credits www.enea.it]

Falanghina del Sannio, a caccia del territorio

Se è vero che «il vino non è altro che una musica suonata da uno strumento e fatta da una partitura» e che «la partitura musicale è quello che vuole fare l’interprete e lo strumento sono il suolo e la vigna», «quello che accade qui nel Sannio è che a dominare non sia il territorio, ma le caratteristiche varietali dell’uva».

Parliamo di falanghina, ovviamente, e questo è, in sintesi, il pensiero del sommelier Filippo Busato, intervistato al termine del laboratorio sulla Falanghina del Sannio che ha condotto durante l’ultima edizione di Vinestate a Torrecuso (quindi nella sottozona Taburno). Secondo il docente della Fondazione Italiana Sommelier, il discorso sarebbe diverso per la Falanghina dei Campi Flegrei (non dimentichiamo però che stiamo comunque parlando di due biotipi differenti), denominazione in cui il territorio ha invece giocato un ruolo decisivo nella crescita degli ultimi anni.

Mappa della Falanghina del Sannio

Ci ho pensato e continuo a pensarci adesso: ma è proprio così? Voglio dire: davvero possiamo affermare che qui nel Sannio a dominare sia il varietale, con il territorio invece in secondo piano? A cosa servirebbero, in tal caso, le attuali sottozone della Falanghina del Sannio (che prima del lungimirante riordino delle denominazioni sannite rappresentavano altrettante Doc) se non ammettiamo che esistano (più o meno sensibili e conosciute) differenze tra i vini prodotti nelle diverse aree? Sarà forse che le recenti fortunate vicende commerciali hanno ridimensionato l’interesse a ricercare (prima) e raccontare (poi) le peculiarità di ogni singola zona, pur nell’ambito di un’unica denominazione (la cui riconoscibilità è comunque un valore irrinunciabile), contribuendo a definire l’immagine di un vino talvolta e in parte avulsa dai luoghi di provenienza? Perché è questo che sembrerebbe presupporre una simile considerazione.

Qualche spunto interessante, nella direzione opposta, è venuto fuori invece dal laboratorio di degustazione a cui ho partecipato durante l’ultima Festa del Vino di Castelvenere (bravo Pasquale Carlo che l’ha pensato, mettendo a frutto gli esiti parziali di una ricerca condotta dal prof. Antonio Leone nell’ambito del progetto Biowine: focus del genere andrebbero riproposti con sempre maggiore impegno). Seppur limitato ad un unico areale – quello di Castelvenere, per l’occasione messo “a confronto” (in senso buono, s’intende) con i Campi Flegrei – è parso evidente che, al di là delle differenti tecniche di vinificazione utilizzate per ciascuna delle 3 Falanghina del Sannio prescelte, vi sono caratteri peculiari del vino influenzati in misura variabile, ad esempio, dalla collocazione del vigneto (suolo, esposizione, altitudine…). Quella di Castelvenere, per dire, è una viticoltura essenzialmente di pianura, ma ci sono anche vigne poste ad altitudini sensibilmente maggiori e su terrazzi di ignimbrite campana (il prodotto della maggiore eruzione esplosiva avvenuta nell’area), e il profilo sensoriale dei vini che si ottengono sembra effettivamente diverso a seconda del luogo specifico da cui provengono le uve.

Ma questa è un’altra storia, ve ne parlerò poi.

[credits www.sanniodop.it]