Vino al supermercato nel 2018, la crescita della falanghina

Il 2018 è stato un anno positivo per i vini a denominazione da uve falanghina. È quanto emerge dalle anticipazioni della ricerca IRI in esclusiva per Vinitaly, che prende a riferimento le vendite di vino al supermercato nell’anno 2018 (oltre 619 milioni di litri di vino italiano per un valore di 1 miliardo e 902 milioni di euro).

Classifica delle denominazioni per crescita a volume e a valore

Nella speciale classifica dei vini “emergenti”, cioè quelli a maggior tasso di crescita, compare anche la falanghina, con un 2% di aumento in volume. Un risultato lusinghiero, pur se non paragonabile all’exploit del Lugana, cui corrisponde un incremento del 2,1% a valore.

L’aumento dei prezzi del vino nella grande distribuzione, ha precisato IRI, non è stato soltanto una diretta conseguenza della scarsa vendemmia del 2017. Sono state decisive, infatti, le politiche produttive e commerciali dei vari attori della filiera: un grande lavoro sulla qualità e sui disciplinari delle denominazioni d’origine, con riduzione delle promozioni e definizione di prezzi più appropriati.

Questa è la strada. Aumentare il valore e migliorare la reputazione collettiva del brand, ne parlavamo proprio qualche settimana fa.

La falanghina: notorietà, valore e reputazione

Al di là degli sfottò, anche per via di quella rivalità calcistica che -oltretutto- mi coinvolge personalmente, la foto sotto* mi da’ l’opportunità di avventurarmi in alcune considerazioni sull’attuale reputazione dei vini da uve falanghina. Parlo in generale eh, quindi non soltanto del Sannio, esplicitamente (e infelicemente) chiamato in causa con riferimento alla recente nomina di Sannio Falanghina. Città europea del vino 2019.

Sannio Capitale del vino. 'O nonno mia ca' Falanghina sciacquava 'a vòtte

Nonostante la falanghina sia una delle uve bianche autoctone più note e, per esempio, il valore del brand Falanghina del Sannio sia tra i primi 20 in Italia, è un fatto che i vini che si ottengono dall’uva più diffusa in Campania non godono di chissà quale reputazione, o comunque non quella che meritano, a prescindere dalla denominazione di appartenenza.

Aumentare il valore e migliorare la reputazione collettiva del brand, appunto: è in questa direzione che vanno indirizzate le azioni di tutti gli attori in gioco e specialmente dei Consorzi**, benché, come pure ha avuto modo di chiarire Nicola Matarazzo, gli organismi di tutela non hanno comunque competenza alcuna in merito alle politiche di prezzo.

Per quanto mi riguarda, curiosando nelle carte dei vini e parlando con chi il vino lo vende e lo serve, mi accorgo di quanto non sia così facile proporre su certe tavole, magari anche più ambiziose, extraregionali e non solo, una falanghina piuttosto che altri più blasonati bianchi della Campania (avremo modo di rendercene conto insieme nei prossimi post sull’argomento).

la falanghina non è il brutto anatroccolo

Forse pure la critica dovrebbe fare uno sforzo in più, al fine di affrancare questi vini da un’idea di consumo per tutti giorni che certamente li caratterizza, ma non in via esclusiva. Voglio dire, ci sono delle falanghina che se la giocherebbero ad armi pari con molti altri bianchi pure più blasonati e ci sono prove inconfutabili che possono reggere, e bene, l’invecchiamento (non che questo sia indice esclusivo di pregio).

Questa scarsa, o diciamo non ottimale reputazione è tanto più evidente in Campania (e qui torna a bomba la didascalia della foto), dove ‘a falanghina è considerata un po’ il brutto anatroccolo dei bianchi della regione, il gregario, quello destinato ad “una vita da mediano”, per dirla alla Ligabue.

Ma sappiamo bene che non è così. E la sfida di Falanghina Republic, certamente condivisa con altri che già hanno cominciato a farlo in tempi non sospetti e continueranno a farlo, è che lo sappia anche qualcun altro. 😉

* pubblicata sulla fan page Parlare Avellinese.

** per la verità, sia il Consorzio Sannio che quello del Vesuvio mi pare stiano mettendo in campo politiche intelligenti.

Sannio Falanghina, l’aperitivo inaugurale

Sono scappato via appena dopo le foto di rito al termine della cerimonia di Sannio Falanghina, ma non ho resistito e allora ho chiesto cosa s’è bevuto e s’è mangiato dopo, nel corso dell’aperitivo inaugurale offerto agli ospiti.

L'aperitivo inaugurale di Sannio Falanghina

il cibo

Ai fornelli lo chef sannita Angelo D’Amico, del quale avevo apprezzato la cucina ai tempi dell’Una Hotel di Benevento, ma che ancora non sono andato a trovare -faccio ammenda- nella sua nuova casa, la Locanda Radici di Melizzano (BN).

Tutte preparazioni fortemente legate al territorio, le sue, con ingredienti pescati nel ricchissimo paniere di prelibatezze gastronomiche del Sannio: dalla salsiccia rossa di Castelpoto alla marchigiana, dal tartufo nero al caciocavallo. Rimpiango, in particolare, se mi concedete un’insolita preferenza per un dolce, la ricotta soffiata allo Strega, croccantino di mandorle e mela annurca.

i vini

Il Consorzio di tutela Sannio Dop, che celebra quest’anno i 20 anni di attività, ha curato la selezione delle etichette, scelte tra quelle che hanno ottenuto riconoscimento all’ultimo concorso La selezione del Sindaco, appunto organizzato dalle Città del vino.

Tutte di Falanghina del Sannio, ovviamente, le bollicine di aperitivo servite dai sommelier della delegazione Ais di Benevento prima dell’ingresso nell’auditorium: gli spumanti brut della linea Vignolé di Vinicola del Sannio, della Cantina di Solopaca e il Quid de La Guardiense, infine L’oro del marchese extra dry de La Fortezza.

Fatta eccezione per il Sannio Fiano 2017 di Vinicola del Sannio, i bianchi erano tutti Falanghina del Sannio: la 2018 sempre di Vinicola del Sannio, la 2017 di Masseria Vigne Vecchie, Adria 2017 di Torre dei Chiusi. Tra i rossi, invece, il Sannio Aglianico Riserva Guardia Sanframondi “Cantàri” 2013 della linea Janare de La Guardiense, l’Aglianico del Taburno “Arces” 2015 sempre di Torre dei Chiusi, le riserve 2013  e 2011 rispettivamente di Terre d’Aglianico e La Fortezza, infine il Beneventano IGT “Auriculus” 2011 di Torre dei Chiusi.