La Falanghina non deve più chiedere permesso

Quante volte deve sorprenderci una Falanghina prima che smettiamo di definirla una sorpresa?

Me lo sono chiesto leggendo Falanghina Finally Struts its Stuff, l’articolo di Tom Hyland pubblicato su Wine-Searcher lo scorso settembre. Un contributo che merita attenzione, soprattutto perché porta davanti a un pubblico internazionale una questione che riguarda da vicino questa piccola repubblica: la distanza fra la notorietà della Falanghina e il prestigio che siamo disposti a riconoscerle.

Hyland racconta una varietà ancora considerata meno importante di fiano e greco, ma capace di esprimere vini diversi e ambiziosi. Nel suo percorso trovano spazio territori, vecchie vigne, selezioni, affinamenti e interpretazioni che complicano parecchio l’immagine di un bianco semplice, da bere senza farsi troppe domande.

È una lettura incoraggiante. Eppure quel “finalmente” del titolo mi fa fermare.

Quando inaugurai Falanghina Republic, nel febbraio 2019, scrissi che la Falanghina meritava «diritto di cittadinanza nel mondo delle grandi uve bianche». Ricordavo anche quanto la sua reputazione avesse pagato certe politiche commerciali. Rileggermi oggi serve soprattutto a capire dove siamo arrivati: sette anni dopo, la questione della legittimazione sembra ancora aperta.

Essere conosciuti, essere venduti ed essere stimati sono condizioni diverse. Una bottiglia può circolare moltissimo e restare confinata, nell’immaginario, a un ruolo preciso: il vino affidabile, immediato, poco impegnativo. Quando esce da quel ruolo, eccoci pronti a stupirci. Ma lo stupore, ripetuto abbastanza a lungo, rischia di diventare un’abitudine critica: così ogni buon assaggio viene presentato come un’eccezione, mentre il giudizio generale rimane fermo.

Questo non significa attribuire alla Falanghina una grandezza automatica. Il nome del vitigno non garantisce la qualità, e nemmeno un affinamento lungo o un contenitore particolare bastano a renderla interessante. Occorre continuare ad assaggiare, distinguere, discutere anche i risultati meno convincenti.

È da qui che vorrei ripartire con Falanghina Republic. Osservare quanto contano i luoghi, quali scelte aiutano il vino a esprimersi, che cosa accade con il tempo. E chiedersi quando un’interpretazione aggiunge qualcosa e quando, invece, finisce per coprire tutto il resto.

L’articolo di Hyland offre una buona occasione per riaprire il discorso. La domanda, adesso, è quanto siamo disposti a cambiare il nostro modo di raccontare questa uva. Perché se ogni volta la sua qualità è una scoperta, forse dobbiamo interrogarci anche sulla memoria di chi la beve e di chi ne scrive.